venerdì 25 maggio 2012
HOLLANDE E LA NUOVA POLITICA EUROPEA
venerdì 18 maggio 2012
INIZIATIVA PUBBLICA - LAVORO E WELFARE IN TEMPO DI CRISI
Salone CGIL, via Morandi 5 - Collegno (TO) h. 21.00
Introduce
Enrico Manfredi - coordinatore circolo SEL Collegno
intervengono
Giorgio Airaudo - segretario generale FIOM-CGIL nazionale
Carla Cantone - segretaria generale SPI-CGIL nazionale
conclude
Michele Curto - coordinatore provinciale SEL Torino
domenica 13 maggio 2012
SEL CRESCE: ORA I BALLOTTAGGI
venerdì 4 maggio 2012
PERCHE' RIPUBBLICIZZARE SMAT SPA
sabato 28 aprile 2012
HOLLANDE O MONTI! BERSANI DECIDA
mercoledì 18 aprile 2012
A DIFESA DEI BENI PUBBLICI E DELL'OCCUPAZIONE
Nel 2005 i dati erano già così allarmanti che Eurostat indicava in “interventi e misure di sostegno al reddito” gli strumenti necessari per arginare questo pericoloso abisso sociale.
Ad oggi i dati sulla povertà continuano a non confortarci e quegli anni che allora dovevano venire, oggi si presentano con tutta la loro drammaticità e mostrano come, nel prossimo futuro, quali rischi ci appresteremo a vivere se non riusciamo sin da subito ad intervenire con misure quali appunto un reddito garantito.
Ma quale giovane precario?
Prendiamo un “non più giovane precario” (culturalmente si tende ancora ad immaginare i precari solo in quanto giovani) di circa 45 anni e che dunque negli anni trascorsi (fine 80 e anni 90) è stato quel soggetto inserito nella grande trasformazione del mercato del lavoro in qualità di lavoratore flessibile e precario. Questa persona che potremmo definire “precario di prima generazione” ha accumulato lavori diversi, salari diversi, contratti diversi. Oggi questo soggetto che ha 45 anni non si trova più nella facilità di passare da un lavoro ad un altro, viene “emarginato” anche rispetto alle disponibilità di lavori più dequalificati e dequalificanti, anche la sua “capacità” di muoversi dentro un mercato del lavoro flessibile viene meno. Il suo curriculum è fatto di diverse azioni, di diverse competenze, di diversi settori, un curriculum schizofrenico che racconta di una vita appunto legata più alle occasionalità dei lavori che ad un’unica posizione specifica. Certo, i più fortunati hanno un curriculum che si muove forse dentro “aree lavorative” o settori di riferimento (le ICT per esempio) ma magari con mansioni diverse e tempi esperenziali diversi e che non sempre somigliano alle attuali (prendete ad esempio le competenze necessarie per sviluppare i moderni software tele comunicativi).
Quel 45enne, con la nuova riforma andrà in pensione a 66 anni (presumiamo, non senza dedicare un ghigno un po’ ironico, poichè tra qualche anno un'altra riforma ci potrebbe dire che andrà in pensione a 70\72 anni). Ma quali saranno i calcoli da fare, quali le opportunità che potrà afferrare in un mercato del lavoro così selvaggio, senza garanzia e senza possibilità di volta in volta ad essere “assumibile” dentro la “fluidità e le fluttuazioni” delle opportunità di lavoro nel prossimo presente? Altro che pensione, il problema è come affrontare la quotidianità di un eterno oggi.
Avremmo dunque un soggetto che senza una garanzia, senza più le energie del suo essere stato a venti o trenta anni “precario di prima generazione”, con un’infinita disponibilità in meno di poter essere occupato. Con una infinita disponibilità in meno, proprio in riguardo alla sua dignità personale, cadrà con molta probabilità in quella schiera già ampia dei nuovi poveri.
Fine del welfare familistico
Parliamoci chiaro, il ritardo accumulato dal nostro paese nell’avviare strumenti di reddito minimo garantito universali, e la delega sostanziale di occuparsi da parte della famiglia di una redistribuzione del risparmio dimostra come i prossimi tempi saranno più che drammatici per milioni di persone. Inoltre, le misure di ‘contrasto alla crisi’ in atto, in particolare con queste ultime finanziarie, colpiscono proprio l‘ultimo anello, già debole, del risparmio familiare, di quella catena che ha retto faticosamente il peso dello smembramento del lavoro e dei diritti negli anni ormai trascorsi, aiutandoci a comprendere subito in quale drammatico scenario siamo entrati da tempo e dentro quale scenario con effetti ancora più devastanti ci apprestiamo a scivolare.
L’aumento dell’Iva avrà effetto immediato sui beni di consumo di prima necessità, l’ICI sulla prima casa, le tasse locali e le altre forme di tassazione per le spese eroderanno ancora di più quel livello di redistribuzione familiare che colpirà in primis figli e nipoti precari che non potranno più contare su quel minimo indispensabile quando i tempi si fanno neri. Se a questo sommiamo il fatto che molti “precari di
prima generazione”, raggiunta l’età degli ormai 40 anni, hanno deciso che “andando così il mondo in qualche modo bisogna pur vivere” avranno deciso di fare un figlio, si sono voluti assumere il rischio di un mutuo per una casa (visto il costo degli affitti), magari sostenuti in prima battuta proprio dai genitori pensionati (gli unici in grado di garantire ad una banca la richiesta di un mutuo) si capisce in quale baratro si sta scivolando.
Nel 2030, quando il nostro 45enne avrà finalmente l’età per andare in pensione, con i lavori che non ha mai potuto fare, con i contributi che non avrà mai potuto versare, come farà a sostenere il proprio figlio (che oggi potrebbe essere già il 15enne della neet generation) come al contrario fecero i suoi genitori? Ed ancora, le mutazioni delle composizioni della famiglia italiana avvenute in questi anni, rendono già oggi difficile il mantenimento della catena solidaristica familistica. Inoltre non vanno dimenticate le forme di solidarietà sociale, figlie della vecchia classe operaia, che oggi vengono meno proprio a fronte di una scomposizione e di una frammentazione che non garantisce altro esito che solitudini inquietanti disegnando una nuova “folla solitaria” in cerca di opportunità di sopravvivenza oltre le definizioni sociologiche di giovani e meno giovani, o di garantiti e non garantiti. Con il rischio, già evidente nella vulgata dell “immigrato che ruba il lavoro” che dentro questa folla solitaria si inneschi la legge della giungla per accaparrarsi quelle poche occasioni di sopravvivenza che si presentano.
Una folla solitaria fatta di milioni di pensionati o anziani di oggi, i cassaintegrati che tra poco non avranno alcuna forma di sostegno, i precari di prima generazione (quelli tra i 35\50 anni), i precari di seconda generazione (quelli tra i 20\35 anni), la generazione neet (tra i 14\25 anni), le donne con figli, le famiglie con almeno due figli ed uno stipendio, i disabili, gli invalidi da lavoro, i detenuti o ex detenuti, gli immigrati, le figure operaie ormai in dismissione, gli informatici non più spendibili sul mercato perché con competenze ormai arretrate. Se a questa “folla solitaria” dovessimo sommare appunto la generazione neet che nel 2006 contava 860mila giovani e nel 2011 arriva ad oltre 2milioni e mezzo di individui lo scenario, che oggi ci racconta del domani è drammatico. Forse non arriviamo alle cifre indicate dall’Eurostat ma il numero crescente dei nuovi poveri, della massa di persone che vivranno o vivono sotto la soglia della povertà o nella povertà assoluta è allarmante e certo rischia di rendere plausibile la nota proposta dall’ente di statistica europeo del 42% della popolazione a rischio.
Una schiera che si allarga a dismisura, diventando sempre più ampia ed incorporando i nuovi giovani precari, quelli che possiamo definire i “precari di seconda generazione”, costruendo una nuova sedimentazione di precarietà esistenziale e poi di povertà strutturale e che si “ricompongono” non dentro lo sviluppo e la partecipazione ad una società, ma dentro una sorta di “enclave” delle nuove povertà.
La questione è estremamente seria, necessita di un intervento immediato, e ogni giorno che passa non fa altro che aumentare il disastro sociale che stiamo vivendo.
Fare presto
Ma bisogna iniziare subito, a partire dall’introduzione di una misura di reddito garantito, che sia individuale e che garantisca almeno una soglia economica sotto la quale nessuno deve più cadere. Un reddito minimo, fosse anche in prima battuta dentro una versione di ultima istanza, sganciata dal lavoro, cioè non condizionato. Un reddito garantito dunque come misura per la dignità della persona, come sostegno alla sua inclusione nella società e come forma di partecipazione ed inclusione sociale oltre il “lavoro formale”.
La questione del reddito garantito dunque oggi va affrontato con urgenza, i ritardi anche rispetto a quelle misure che molti paesi europei hanno da tempo è enorme. Cosi come è evidente che accanto a questa misura deve iniziare al più presto un grande piano di politica per la casa che rimetta al centro il diritto ad abitare e la facilità di potersi spostare dentro e fuori le città. Se è la crescita che molti indicano come toccasana per la fuoriuscita dalla crisi, questa non può avvenire se non si dotano le persone, i cittadini di quei diritti basici (reddito, casa, trasporti etc.) che gli permettono di affrontare con qualità, dignità e serenità quella quotidiana drammaticità che invece li relega oggi ad essere soggetti ricattabili, non in grado di investire sul futuro perché non in grado di investire sul presente.
Enrico Manfredi- coodinatore SEL Collegno
LA DRAMMATICA URGENZA DEL REDDITO GARANTITO
Nel 2005 i dati erano già così allarmanti che Eurostat indicava in “interventi e misure di sostegno al reddito” gli strumenti necessari per arginare questo pericoloso abisso sociale.
Ad oggi i dati sulla povertà continuano a non confortarci e quegli anni che allora dovevano venire, oggi si presentano con tutta la loro drammaticità e mostrano come, nel prossimo futuro, quali rischi ci appresteremo a vivere se non riusciamo sin da subito ad intervenire con misure quali appunto un reddito garantito.
Ma quale giovane precario?
Prendiamo un “non più giovane precario” (culturalmente si tende ancora ad immaginare i precari solo in quanto giovani) di circa 45 anni e che dunque negli anni trascorsi (fine 80 e anni 90) è stato quel soggetto inserito nella grande trasformazione del mercato del lavoro in qualità di lavoratore flessibile e precario. Questa persona che potremmo definire “precario di prima generazione” ha accumulato lavori diversi, salari diversi, contratti diversi. Oggi questo soggetto che ha 45 anni non si trova più nella facilità di passare da un lavoro ad un altro, viene “emarginato” anche rispetto alle disponibilità di lavori più dequalificati e dequalificanti, anche la sua “capacità” di muoversi dentro un mercato del lavoro flessibile viene meno. Il suo curriculum è fatto di diverse azioni, di diverse competenze, di diversi settori, un curriculum schizofrenico che racconta di una vita appunto legata più alle occasionalità dei lavori che ad un’unica posizione specifica. Certo, i più fortunati hanno un curriculum che si muove forse dentro “aree lavorative” o settori di riferimento (le ICT per esempio) ma magari con mansioni diverse e tempi esperenziali diversi e che non sempre somigliano alle attuali (prendete ad esempio le competenze necessarie per sviluppare i moderni software tele comunicativi).
Quel 45enne, con la nuova riforma andrà in pensione a 66 anni (presumiamo, non senza dedicare un ghigno un po’ ironico, poichè tra qualche anno un'altra riforma ci potrebbe dire che andrà in pensione a 70\72 anni). Ma quali saranno i calcoli da fare, quali le opportunità che potrà afferrare in un mercato del lavoro così selvaggio, senza garanzia e senza possibilità di volta in volta ad essere “assumibile” dentro la “fluidità e le fluttuazioni” delle opportunità di lavoro nel prossimo presente? Altro che pensione, il problema è come affrontare la quotidianità di un eterno oggi.
Avremmo dunque un soggetto che senza una garanzia, senza più le energie del suo essere stato a venti o trenta anni “precario di prima generazione”, con un’infinita disponibilità in meno di poter essere occupato. Con una infinita disponibilità in meno, proprio in riguardo alla sua dignità personale, cadrà con molta probabilità in quella schiera già ampia dei nuovi poveri.
Fine del welfare familistico
Parliamoci chiaro, il ritardo accumulato dal nostro paese nell’avviare strumenti di reddito minimo garantito universali, e la delega sostanziale di occuparsi da parte della famiglia di una redistribuzione del risparmio dimostra come i prossimi tempi saranno più che drammatici per milioni di persone. Inoltre, le misure di ‘contrasto alla crisi’ in atto, in particolare con queste ultime finanziarie, colpiscono proprio l‘ultimo anello, già debole, del risparmio familiare, di quella catena che ha retto faticosamente il peso dello smembramento del lavoro e dei diritti negli anni ormai trascorsi, aiutandoci a comprendere subito in quale drammatico scenario siamo entrati da tempo e dentro quale scenario con effetti ancora più devastanti ci apprestiamo a scivolare.
L’aumento dell’Iva avrà effetto immediato sui beni di consumo di prima necessità, l’ICI sulla prima casa, le tasse locali e le altre forme di tassazione per le spese eroderanno ancora di più quel livello di redistribuzione familiare che colpirà in primis figli e nipoti precari che non potranno più contare su quel minimo indispensabile quando i tempi si fanno neri. Se a questo sommiamo il fatto che molti “precari di
prima generazione”, raggiunta l’età degli ormai 40 anni, hanno deciso che “andando così il mondo in qualche modo bisogna pur vivere” avranno deciso di fare un figlio, si sono voluti assumere il rischio di un mutuo per una casa (visto il costo degli affitti), magari sostenuti in prima battuta proprio dai genitori pensionati (gli unici in grado di garantire ad una banca la richiesta di un mutuo) si capisce in quale baratro si sta scivolando.
Nel 2030, quando il nostro 45enne avrà finalmente l’età per andare in pensione, con i lavori che non ha mai potuto fare, con i contributi che non avrà mai potuto versare, come farà a sostenere il proprio figlio (che oggi potrebbe essere già il 15enne della neet generation) come al contrario fecero i suoi genitori? Ed ancora, le mutazioni delle composizioni della famiglia italiana avvenute in questi anni, rendono già oggi difficile il mantenimento della catena solidaristica familistica. Inoltre non vanno dimenticate le forme di solidarietà sociale, figlie della vecchia classe operaia, che oggi vengono meno proprio a fronte di una scomposizione e di una frammentazione che non garantisce altro esito che solitudini inquietanti disegnando una nuova “folla solitaria” in cerca di opportunità di sopravvivenza oltre le definizioni sociologiche di giovani e meno giovani, o di garantiti e non garantiti. Con il rischio, già evidente nella vulgata dell “immigrato che ruba il lavoro” che dentro questa folla solitaria si inneschi la legge della giungla per accaparrarsi quelle poche occasioni di sopravvivenza che si presentano.
Una folla solitaria fatta di milioni di pensionati o anziani di oggi, i cassaintegrati che tra poco non avranno alcuna forma di sostegno, i precari di prima generazione (quelli tra i 35\50 anni), i precari di seconda generazione (quelli tra i 20\35 anni), la generazione neet (tra i 14\25 anni), le donne con figli, le famiglie con almeno due figli ed uno stipendio, i disabili, gli invalidi da lavoro, i detenuti o ex detenuti, gli immigrati, le figure operaie ormai in dismissione, gli informatici non più spendibili sul mercato perché con competenze ormai arretrate. Se a questa “folla solitaria” dovessimo sommare appunto la generazione neet che nel 2006 contava 860mila giovani e nel 2011 arriva ad oltre 2milioni e mezzo di individui lo scenario, che oggi ci racconta del domani è drammatico. Forse non arriviamo alle cifre indicate dall’Eurostat ma il numero crescente dei nuovi poveri, della massa di persone che vivranno o vivono sotto la soglia della povertà o nella povertà assoluta è allarmante e certo rischia di rendere plausibile la nota proposta dall’ente di statistica europeo del 42% della popolazione a rischio.
Una schiera che si allarga a dismisura, diventando sempre più ampia ed incorporando i nuovi giovani precari, quelli che possiamo definire i “precari di seconda generazione”, costruendo una nuova sedimentazione di precarietà esistenziale e poi di povertà strutturale e che si “ricompongono” non dentro lo sviluppo e la partecipazione ad una società, ma dentro una sorta di “enclave” delle nuove povertà.
La questione è estremamente seria, necessita di un intervento immediato, e ogni giorno che passa non fa altro che aumentare il disastro sociale che stiamo vivendo.
Fare presto
Ma bisogna iniziare subito, a partire dall’introduzione di una misura di reddito garantito, che sia individuale e che garantisca almeno una soglia economica sotto la quale nessuno deve più cadere. Un reddito minimo, fosse anche in prima battuta dentro una versione di ultima istanza, sganciata dal lavoro, cioè non condizionato. Un reddito garantito dunque come misura per la dignità della persona, come sostegno alla sua inclusione nella società e come forma di partecipazione ed inclusione sociale oltre il “lavoro formale”.
La questione del reddito garantito dunque oggi va affrontato con urgenza, i ritardi anche rispetto a quelle misure che molti paesi europei hanno da tempo è enorme. Cosi come è evidente che accanto a questa misura deve iniziare al più presto un grande piano di politica per la casa che rimetta al centro il diritto ad abitare e la facilità di potersi spostare dentro e fuori le città. Se è la crescita che molti indicano come toccasana per la fuoriuscita dalla crisi, questa non può avvenire se non si dotano le persone, i cittadini di quei diritti basici (reddito, casa, trasporti etc.) che gli permettono di affrontare con qualità, dignità e serenità quella quotidiana drammaticità che invece li relega oggi ad essere soggetti ricattabili, non in grado di investire sul futuro perché non in grado di investire sul presente.
Sandro Gobetti
martedì 3 aprile 2012
Assemblea Nazionale delle Donne di SEL
domenica 22 gennaio 2012
LA STORIA SIAMO NOI: INTERVISTA AL SENATORE LUCIANO MANZI
Luciano Manzi, ex partigiano, poi funzionario del Partito Comunista, sindaco di Collegno e infine senatore per Rifondazione Comunista e successivamente per il Partito dei Comunisti Italiani, ha dedicato la sua vita all'impegno politico. Potrebbe spiegare, soprattutto per chi appartiene alle nuove generazioni, com'era strutturato e in che modo procedeva il funzionamento del Partito Comunista?
Cominciamo a dire che il Partito Comunista nasce sulla spinta della rivoluzione d'ottobre e nel 1917 si cominciano ad organizzare anche gli operai italiani. In quel periodo, a Torino, Gramsci era segretario della Federazione Socialista, che al suo interno conteneva tre correnti: una di sinistra, una di centro e l'ultima che era più orientata a destra. A quel tempo il sindacato Cgil era organizzato da un importante esponente della corrente che si rifaceva alla destra, per cui Gramsci decide di uscire dal Partito Socialista e con la "scissione del '21" dà vita al Partito Comunista. Nel PCI non esistevano correnti: le discussioni politiche avvenivano all'interno delle riunioni, ma alle votazioni si rimaneva uniti e compatti, altrimenti si rischiava l'espulsione. La dialettica delle idee rimaneva dunque confinata all'interno del Partito, ognuno aveva il diritto e il dovere di portare la propria opinione e battersi per questa, ma non si portava il dibattito all'esterno. Questo metodo è il centralismo democratico. Quello che il PCI aveva capito molto bene è che un Partito non nasce dai dirigenti, ma dalla base, per cui i funzionari si devono impegnare per stabilire contatti con la popolazione. Ad esempio, andavamo davanti alle fabbriche a fare volantinaggio e a parlare con gli operai, e nel corso dei giorni qualcuno di loro si univa a noi. Quando radunavi 4-5 compagni formavi una cellula, che poteva essere di lavoro o di strada, e che poteva arrivare fino a un massimo di 30 persone. Più cellule formavano a loro volta una sezione, la quale aveva un responsabile nominato che formava il direttivo di cellula composto da 2 o 3 compagni. La sezione invitava sempre i responsabili di cellula, dava loro i volantini e diceva di spargere la voce sulle iniziative del Partito. La comunicazione con i funzionari, cioè con il responsabile di zona che organizza i volontari, era molto impotante e durante le pause pranzo di tornava davanti alla fabbrica per parlare con gli oprai e per reclutarne di nuovi. Tutti i funzionari del PCI avevano fatto la gavetta, erano partiti dal bassso, nelle cellule e nelle università: in tutte la associazioni (commercianti, artigiani,sportive) c'erano comunisti, perché bisognava conquistare posizioni di potere. Dopo le cellule conquistavi le zone e, alle riunioni, dopo la terza assenza veniva inviata una lettera di rimprovero. Invece i compagni più meritevoli venivano mandati alla scuola del Partito: c'era la scuola federale (che durava 3 sere a settimana per 2 mesi), il corso regionale (che si teneva sempre nello stesso posto e si viveva lì per 2 o 3 mesi), la scuola nazionale (si tenevano i corsi a Milano o a Roma per 3 mesi) e la conoscenza diretta attraverso i viaggi all'estero (URSS, Albania, Polonia, Cuba, al fine dei quali dovevi presentare una relazione scritta).
Più nello specifico, come si è sviluppato il Partito Comunista Italiano nella città di Collegno?
Negli anni '70 il PCI a Collegno contava 2000 iscirtti, era presente con 14 sezioni, di cui una era degli ambulanti con 200 iscritti, 6-7 erano sezioni di fabbrica e la rimanenti erano sezioni territoriali. Era il gruppo consiliare che esprimeva la forza del partito, di cui il capogruppo era anche il responsabile di zona e aveva preso più voti. Nonostante il partito fosse forte, prendevamo sempre una percentuale che si aggirava intorno al 45%, non abbiamo mai governato da soli per scelta: andavamo sempre insieme ai socialisti, che rappresentavano il 15-20% e al Partito Repubblicano che prendeva il 5-6%. Così dimostravamo anche di essere democratici!
Quali differenze vede tra la classe dirigente di allora e quella di adesso? E come dovrebbero comportarsi i nuovi politici, incluso Vendola?
Purtroppo ora non esiste un Partito serio con un'unica linea politica, ma sono un insieme di persone in buona fede che vogliono comandare, ma che mettono sempre loro stesse prima del Partito. Nel PCI il primo obiettivo era la giustizia sociale, ora non è più così. Ad esempio, sia in ambito locale che nazionale, il Partito Democratico è stato fallimentare. La sua classe dirigente l'aveva immaginato come un nuovo socialismo di sinistra, ma non ha capito che la borghesia, da smepre di destra, ha bisogno di un nemico. Concetto che, invece, ha intuito molto bene Berlusconi e infatti ha usato la propaganda contro i comunisti per ingraziarsi il ceto borghese. L'apertura ai democristiani che ha tentato il PD è stata la loro rovina, perché prima erano un blocco compatto, ora si sono completamente divisi in molte correnti. Anche Sinistra Ecologia e Libertà in questo senso, è uguale al PD, perché per ora è composto da ex militanti di Rifondazione Comunista, Democratici di Sinistra, Partito dei Comunisti Italianie poi, per fortuna, ci sono anche persone nuove. In un Partito serio il centralismo democratico è determinante, però chi comanda deve dialogare con tutti, vagliare tutte le proposte, ma deve avere il coraggio di fare fuori le mele marce.
Negli ultimi anni abbiamo assistito sempre di più ad una presa di coscienza della società civile che si è organizzata in movimenti, mi vengono in mente "il popolo viola", le donne di "se non ora quando" e i comitati del referendum sull'acqua e sul bene pubblico. Cosa dovrebbe fare SEL per intercettarli e rendersi una guida credibile?
Il Partito dovrebbe orientare il malcontento, perché i partiti servono a guidare le proteste e non a seguie passivamente le situazioni. Per questo deve, prima di tutto, fare delle proposte politiche, che siano serie e credibili.
Quali consigli si sente di dare ai giovani che si approcciano ora alla politica?
Non devono pensare che la politica sia una cosa sporca, anche lo può diventare a seconda del partito in cui sei e delle persone che hai intorno. Non devono mai farsi influenzare dalle correnti, ma cercare sempre l'unità. E poi devono essere creativi, tirare fuori nuove idee e mettersi in gioco in prima persona.
